Videogiochi e Violenza: negli Usa democratici all’attacco


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Il dibattito sul rapporto tra i videogiochi e la violenza non ha mai avuto confini, eppure negli ultimi negli Stati Uniti si sta concentrando il maggior numero di contributi (con pareri, studi e provvedimenti) atti a fare luce. Non è un caso: gli Usa sono stati di recente scossi da alcune stragi ingiustificate, attribuibili secondo alcuni alla facilità di reperire le armi e, secondo i lobbisti e alcune autorità, dalla diffusione di videogiochi violenti.

Il senatore Rockfeller, repubblicano, ha riproposto un suo disegno di legge precedentemente abrogato dalla Corte Costituzionale: il divieto di vendita ai minorenni dei videogiochi con un PEGI +17. Il presidente Obama, dal canto suo, ha commissionato un colossale studio circa il rapporto tra videogiochi e violenza.

Altri democratici, però, stanno rivelando un’anima “repubblicana”, almeno per quanto riguarda la percezione del mondo videoludico. In prima fila c’è il parlamentare Leland Lee, già artefice di alcune campagne di sensibilizzazione contro i videogiochi. Al San Francisco Gate ha dimostrato una certa verve offensiva nei confronti dei videogiocatori, ben oltre i limiti della discriminazione: “I giocatori dovrebbero semplicemente stare zitti. I giocatori non hanno credibilità in questa discussione. Si tratta proprio della loro sete di violenza e della sete di soldi dell’industria. Questa è un’industria multi-miliardaria, qui si parla del loro interesse personale”.

Insomma, Yee ritrae chi gioca ai videogiochi come una persona assetata di sangue, morte, mancante della giusta lucidità per decidere sulla questione. Una cosa positiva è che Yee ha presto capito di averla sparata grossa, e ha aggiustato il tiro su Twitter, forse poco efficacemente: “Non ho usato le parole migliori durante l’intervista. Rispetto i videogiocatori, avendone molti nel mio staff”.



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